Negli ultimi due decenni l’immigrazione si è affermata come una delle principali fratture della politica europea, incidendo sia sulla partecipazione elettorale sia sulle preferenze espresse dagli elettori. Gli effetti non sono però uniformi: in alcuni contesti prevale la mobilitazione, in altri la disaffezione e in altri ancora il rafforzamento di piattaforme restrittive. Il caso italiano, attraverso l’utilizzo di dati comunali, consente di osservare come eterogeneità etnica, condizioni economiche e prossimità ai flussi migratori influenzino le scelte degli elettori. Un rapido sguardo comparato mostra che, oltre al dato quantitativo dei flussi, sono le risorse locali, le reti sociali e le narrazioni politiche a determinare se l’immigrazione venga percepita come minaccia, opportunità o normalità.
Introduzione
L’immigrazione è divenuta in Italia una delle principali linee di frattura del dibattito politico contemporaneo, non soltanto per la rilevanza dei flussi ma per la loro capacità di ridefinire appartenenze, identità e comportamenti elettorali. La storia recente mostra chiaramente la portata del fenomeno: dagli appena 210 mila stranieri residenti nel 1981 si è passati a oltre 5,1 milioni nel 2021, pari a circa il 9% della popolazione nazionale (ISTAT). A questi numeri si sommano le dinamiche più drammatiche degli sbarchi via mare, che a partire dal 2008 hanno conosciuto picchi di oltre 170 mila arrivi annuali, segnando un punto di svolta nella percezione collettiva del fenomeno e nel modo in cui esso è stato politicizzato.
I dati mostrano come in Italia si siano ormai consolidate alcune comunità straniere – soprattutto albanese, romena e marocchina – mentre è cambiata rapidamente la composizione del resto della popolazione migrante. La stabilità nel numero complessivo di residenti stranieri ha infatti messo in risalto le variazioni nei flussi migratori. Allo stesso tempo, dai dati emerge una nuova pressione legata alle rotte del Mediterraneo centrale.
La coesistenza di integrazione quotidiana e gestione straordinaria ha reso l’Italia un osservatorio privilegiato per analizzare le connessioni tra mutamenti demografici e partecipazione politica. Da un lato, la residenzialità straniera contribuisce al riequilibrio di un Paese segnato da inverno demografico e mobilità interna; dall’altro, l’arrivo irregolare e improvviso alimenta percezioni di insicurezza che incidono sulla disponibilità dei cittadini a prendere parte al processo elettorale.
A partire da questa prospettiva, proviamo ad esaminare le dinamiche di voto in Italia, così come in altri Paesi europei ed extraeuropei, facendo riferimento a ciò che la letteratura scientifica scrive in merito.
Ethnic threat vs contact theory: un’analisi comparata
Il rapporto tra immigrazione e comportamento politico è stato spesso interpretato attraverso due cornici teoriche principali. La prima, l’ethnic threat theory (Blalock, 1967; Quillian, 1995), sostiene che la crescita della popolazione immigrata generi percezioni di competizione economica e culturale da parte dei nativi. La seconda, la contact theory (Allport, 1954; Pettigrew, 1998), mette invece in evidenza come l’interazione diretta e ripetuta tra gruppi favorisca la riduzione di pregiudizi e stereotipi.
Queste due prospettive mettono in luce come l’impatto dell’immigrazione sul comportamento politico derivi dagli equilibri tra percezione di minaccia e opportunità di contatto nel tempo.
L’ethnic threat theory sottolinea che, in contesti segnati da vulnerabilità economica e da scarsa familiarità con il diverso, l’arrivo di migranti viene percepito come una minaccia alle risorse materiali e simboliche, con il conseguente spostamento del consenso verso forze di destra radicale. La contact theory, al contrario, suggerisce che interazioni quotidiane e ripetute possano ridurre stereotipi e diffidenza, limitando la capacità dei partiti più conservatori di capitalizzare sul tema migratorio.
Nella realtà empirica, i due meccanismi raramente si manifestano in maniera isolata: essi coesistono e prevalgono alternativamente a seconda delle condizioni socio-economiche dei territori, della qualità del capitale sociale e del modo in cui i flussi vengono politicizzati.
Il caso italiano offre un’illustrazione nitida di questa tensione. A livello comunale, l’aumento della popolazione straniera si associa a un rafforzamento dei partiti con posizioni più restrittive, in linea con l’ipotesi della minaccia (Barone et al., 2016). Tuttavia, la prossimità ai centri di accoglienza e la loro visibilità nello spazio urbano mostrano che l’esposizione diretta non sempre si traduce in un incremento del consenso per la destra radicale: in alcuni casi, anzi, la possibilità di interazioni più strutturate riduce l’intensità della risposta ostile (Bratti et al., 2020; Brunner e Kuhn, 2018). Le evidenze micro a livello individuale confermano che la diversità etnica dei quartieri non produce effetti uniformi: riduce la partecipazione fra i meno abbienti e la accresce fra i più benestanti, allargando il divario di classe nella cittadinanza attiva (Bellettini et al., 2020). Gli shock di reddito accentuano questa frattura: incrementi significativi stimolano la mobilitazione soprattutto tra i poveri, mentre shock avversi deprimono ulteriormente l’affluenza (Bellettini et al., 2023). In altri termini, l’eterogeneità può produrre inclusione politica se accompagnata da risorse adeguate, ma in assenza di queste rischia di alimentare disaffezione e astensione.
Considerando altri Paesi, notiamo che in Germania l’espansione dell’AfD è stata più marcata nelle aree a bassa esperienza migratoria e maggiore vulnerabilità economica, a conferma del ruolo della minaccia quando mancano familiarità e capitale sociale (Otto e Steinhardt 2014; Halla et al., 2017). In Austria, al contrario, i comuni che hanno ospitato rifugiati hanno registrato un sostegno all’estrema destra che, seppur in aumento, risultava inferiore rispetto al trend nazionale: si può quindi concludere che qui il contatto diretto ha attenuato la percezione di rischio (Steinmayr, 2016). La Danimarca offre un ulteriore caso di eterogeneità: la distribuzione quasi casuale dei rifugiati ha rafforzato le posizioni anti-immigrazione nelle aree periferiche e fragili, ma non ha prodotto effetti significativi nelle grandi città, dove reti sociali dense e mercati del lavoro dinamici hanno favorito la normalizzazione del fenomeno (Dustmann et al., 2019). In Grecia, lo shock del 2015, in cui un numero straordinario di migranti ha raggiunto le isole elleniche (50 mila migranti sbarcati in territorio greco nel solo luglio 2015, numero superiore a tutto il 2014) ha determinato un aumento del voto all’estrema destra nelle isole di primo approdo; un contesto caratterizzato da esposizione improvvisa e altamente visibile, ma privo di contatto strutturato, in cui la logica della minaccia ha prevalso (Dinas et al., 2019).
Le esperienze extraeuropee confermano che il segno politico dell’immigrazione dipende dalla capacità dei sistemi politici e istituzionali di assorbire i flussi. In Turchia, l’arrivo di milioni di rifugiati siriani ha polarizzato l’opinione pubblica, alimentando percezioni di minaccia, ma non ha prodotto un esito elettorale uniforme, segno che la competizione partitica e la gestione statale hanno mediato la traduzione politica dello shock (Altındağ e Kaushal, 2017; Fisunoğlu e Kırdar, 2019). In Colombia, l’afflusso di migranti venezuelani ha accresciuto la partecipazione e spostato parte dell’elettorato verso posizioni più conservatrici, senza però consolidare piattaforme apertamente xenofobe: con l’attuazione di politiche pubbliche di regolarizzazione e inclusione, l’impatto sui comportamenti di voto dei nativi è risultato nullo (Rozo e Vargas, 2021; Rozo et al., 2023).
Nel loro insieme, queste evidenze mostrano che la dialettica tra minaccia e contatto non va intesa come una dicotomia rigida. L’immigrazione rafforza il consenso per forze radicali quando arriva in territori fragili, privi di reti e risorse; si traduce invece in progressiva accettazione o in assenza di effetti quando il contatto è quotidiano, regolato e sostenuto da istituzioni locali capaci di governare l’accoglienza. L’Italia, con la sua eterogeneità territoriale e le sue evidenze micro, rappresenta un contesto in cui minaccia e contatto coesistono e si attivano in misura variabile, in linea con quanto osservato in altri Paesi europei ed extraeuropei.
Conclusioni
In Italia, come in gran parte dell’Europa ad alto reddito, l’aumento della presenza immigrata si traduce in una maggiore propensione al voto per i partiti di destra e in una minore partecipazione tra i gruppi sociali più vulnerabili. Questo effetto emerge chiaramente dalle evidenze comunali: nei contesti caratterizzati da eterogeneità etnica, l’affluenza tende a calare laddove le risorse economiche sono limitate, mentre cresce fra i cittadini più benestanti. L’immigrazione non produce quindi un impatto uniforme, ma amplifica le disuguaglianze già presenti nella cittadinanza attiva, accentuando la distanza tra chi dispone di capitale economico e sociale e chi è più esposto all’insicurezza.
Al tempo stesso, il contatto diretto con i migranti può mitigare questa dinamica. La prossimità a centri di accoglienza o la convivenza con comunità radicate mostrano che l’incontro quotidiano, quando sostenuto da reti locali e da una gestione ordinata, riduce la percezione di minaccia e limita l’attrattiva delle realtà politiche più restrittive. Le esperienze comparate rafforzano questa evidenza: in Austria la vicinanza ai rifugiati ha attenuato la spinta verso l’estrema destra, mentre in Germania e in Grecia l’esposizione improvvisa in territori economicamente fragili ha prodotto l’effetto opposto. Fuori dall’Europa, i casi della Turchia e della Colombia dimostrano che l’impatto dei flussi migratori varia sensibilmente: può generare polarizzazione o, al contrario, stimolare la partecipazione, a seconda della solidità delle istituzioni e della qualità delle politiche di inclusione.
Ne deriva un messaggio chiaro: non sono i numeri assoluti dei flussi a determinare l’effetto politico, bensì le condizioni sociali ed economiche in cui essi si inseriscono. Dove prevale insicurezza, l’immigrazione tende a favorire astensione e radicalizzazione; dove invece esistono risorse, capitale sociale e istituzioni credibili, può trasformarsi in un fattore di normalizzazione democratica. Le implicazioni di policy vanno quindi ben oltre la gestione dei confini. A fare la differenza sono politiche di integrazione efficaci, un welfare in grado di ridurre le vulnerabilità e una comunicazione politica capace di sottrarre il tema alla logica dell’emergenza. In questo senso, l’immigrazione rappresenta non solo una sfida amministrativa, ma un banco di prova per la capacità delle democrazie di garantire coesione sociale e partecipazione politica in un contesto sempre più eterogeneo.
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