Di seguito trovate consigli e suggerimenti di lettura, video e altri contenuti, accompagnati da brevi commenti dei nostri membri. Tali commenti esprimono opinioni personali e non rappresentano l’associazione Ratio.
Anita Scambia
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Sarà che in estate, tornando a casa, il numero di telegiornali che guardo aumenta notevolmente rispetto al solito (0), e che non sono molto avvezza – come tutta la nostra generazione penso – a questo tipo di media, ma la quantità di servizi tv sul turismo in tutte le sue salse mi ha davvero colpita.
Questo sembra essere al tempo stesso la locomotiva del nostro Paese e la fonte della sua rovina; per trarre delle conclusioni ponderate ho trovato utile ed interessante il video de lavoce.info con ospite Riccardo Trezzi.
Secondo l’Istat in Italia il turismo contribuisce al Pil per poco più del 6%, percentuale in cui rientra anche il famoso indotto, vale a dire la parte di proventi indirettamente attribuita a questo settore. Ad esempio, ¼ dei ricavi della ristorazione confluisce già di per sé in tale stima. Non una locomotiva potentissima quindi.
Nonostante l’innalzamento notevole dei prezzi degli ultimi anni, specialmente degli alloggi, e l’afflusso di turisti molto cospicuo, i salari dei lavoratori praticamente non aumentano. Trezzi quindi, parlando di produttività, tecnologia e contrattazione collettiva, cerca di capire come mai non sia possibile puntare sul turismo quale traino dell’economia italiana.
Luca Danelli
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https://www.lorenzoruffino.it/p/perche-in-italia-luniversita-non
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In Italia l’università si trasmette spesso da genitori a figli: il numero di laureati rimane basso e, tra questi, la maggioranza proviene da famiglie aventi già dei genitori laureati al proprio interno. L’articolo di Ruffino racconta questa realtà attraverso grafici e dati.
Può venire in mente una considerazione: per invertire questo trend è fondamentale rafforzare l’informazione nelle scuole superiori, valorizzando le opportunità offerte dalle borse di studio e i benefici di un percorso universitario.
Quando la prospettiva di accedere all’università non nasce in famiglia, deve essere la scuola a farsene carico e a trasmettere questa possibilità.
Pensare a quali progetti attuare è una sfida per il futuro dei ragazzi, e del sistema universitario.
Alessandro Ceschel
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Per un’accurata analisi dell’impatto commerciale dell’accordo c’è questo documento del 2019 del think tank Bruegel. Al di là delle cifre che sono cambiate nel tempo, rimane un ottimo riferimento per capire il senso economico dell’accordo e su come impatto sul mercato unico in termini di distorsioni e concorrenza.
In questo breve articolo del CSIS sono contestualizzati le implicazioni e i prossimi passi in tre domande e risposte.
Il Guardian e Le Monde in due editoriali condividono un pensiero simile: è un buon accordo a livello commerciale ma internamente rischia di essere un grande autogol politico
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In un periodo storico in cui il protezionismo è tornato protagonista, parlare di accordi commerciali e liberalizzazione sembra fuori moda. In effetti, l’accordo tra Unione Europea e il blocco sudamericano del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay) è un fatto piuttosto vintage. Quando si avviarono i negoziati nel 1999, lo spirito era quello di un’epoca che credeva ancora nel potere della globalizzazione: più scambi, più crescita, più cooperazione. L’obiettivo dell’accordo era costruire un ponte economico tra due regioni che volevano svincolarsi dall’influenza degli Stati Uniti e perseguire una crescita comune. Le premesse erano le migliori, ma quel mondo, purtroppo o per fortuna (sta al lettore di giudicarlo), si apprestava tramontare.
Le trattative si interruppero quindi insieme alla crisi politica che attraversò l’UE nel primo decennio del 2000. Solo nel 2019, in risposta al protezionismo della prima presidenza Trump (2017-21) l’accordo è stato rispolverato. L’UE mirava così a ridurre la dipendenza da Cina e Stati Uniti, mentre per i Paesi sudamericani hanno avuto un’occasione per diversificare le loro economie e attrarre investimenti. Un rispolvero che ha coinciso con un profondo restyling green. Sia per motivi politici che di concorrenza economica, l’UE ha spinto per modificare i termini dell’accordo spingendo il Mercosur a impegni per la transizione ecologica e ad un adeguamento alla legislazione europea in termini di sostenibilità delle importazioni.
L’intesa è stata firmata politicamente nel dicembre 2024, venticinque anni dopo l’inizio dei negoziati, e punta a creare la più grande area di libero scambio del mondo: quasi 800 milioni di persone e un quarto del PIL globale. In termini pratici, prevede la progressiva eliminazione dei dazi sul 91% delle esportazioni europee e sul 92% di quelle Mercosur, aprendo i mercati a beni industriali, agricoli e servizi.
Dietro i numeri si nasconde però una realtà molto più complessa. Dal punto di vista della concorrenza, alcuni Paesi, tra cui Francia (storica e più importante oppositrice dell’accordo), Irlanda e Polonia hanno espresso forti resistenze, temendo che l’arrivo di carne e pollame a basso costo destabilizzi l’agricoltura europea. Per lo stesso motivo, l’accordo è stato preso fortemente di mira dalle ondate di proteste degli agricoltori del 2024.
Dal punto di vista ambientale, invece, ONG, studiosi e governi temono che l’aumento delle esportazioni agricole dal Sud America possa incentivare la deforestazione dell’Amazzonia, vanificando gli impegni climatici europei.
Dal lato Mercosur, le perplessità riguardano il rischio di diventare semplici esportatori di materie prime, mentre le imprese europee ottengono un vantaggio nei settori industriali e dei servizi. Secondo analisti del Policy Center for the New South, senza riforme strutturali il patto rischia di ampliare le disuguaglianze invece di ridurle.
La Commissione, dal canto suo, sta provando a placare le tensioni politiche proponendo le cosiddette misure di salvaguardia: meccanismi che consentano agli Stati membri di segnalare casi di importazioni sottocosto o impatti negativi in settori “sensibili”, con anche possibilità di reintroduzione dei dazi in casi particolari. Nel frattempo, per accelerare l’approvazione, la Commissione ha proposto di “separare” il capitolo commerciale (beni, dazi) dal resto del trattato (politico, cooperazione, ambiente), così che la parte commerciale possa essere approvata con maggioranze qualificate in Consiglio e non più con il veto di singoli Stati.
Le divisioni persistono e i prossimi mesi saranno decisivi in un senso o nell’altro. L’esito non è affatto scontato.

