Di seguito trovate consigli e suggerimenti di lettura, video e altri contenuti, accompagnati da brevi commenti dei nostri membri. Tali commenti esprimono opinioni personali e non rappresentano l’associazione Ratio.
Gianluca Spennacchio
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Il nesso tra immigrazione e politica domina il dibattito culturale odierno, italiano e non. È naturale perciò interrogarsi su quale possa essere un modello capace di tutelare l’autodeterminazione garantendo al contempo un’integrazione sostenibile.
David Leonhardt, nel suo articolo per il New York Times, esplora l’eccezione danese: la Danimarca è infatti l’unico Paese occidentale dove il centro-sinistra mantiene il potere con successo. La ricetta della premier Mette Frederiksen è però controcorrente: una linea dura sui flussi migratori e una priorità assoluta all’assimilazione culturale rispetto all’inclusione tout court.
Pur con le dovute riserve sulla replicabilità di questo sistema, le cui modalità pongono oggettivi limiti alle scelte individuali dei migranti in virtù di una integrazione strutturale, la Danimarca ha risposto a uno dei grandi interrogativi del nostro tempo.
Federica Carrieri & Giuseppe Girasia
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https://www.chrisbrunet.com/p/the-collapse-of-the-econ-phd-job
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Quanto vale oggi un PhD in Economics? È una domanda a cui i sottoscritti stanno pensando molto nell’ultimo periodo e su cui stanno nascendo dialoghi sul nostro futuro, ma anche dei grossi punti interrogativi. Una risposta veloce a questa domandona ci è stata data dagli articoli che vi proponiamo: sicuramente meno di quanto valeva fino a qualche anno fa.
I dati parlano chiaro: la domanda di lavoro di PhD in Economics (cioè le posizioni offerte dai datori di lavoro, soprattutto dalle università) è diminuita, mentre l’offerta di aspiranti PhD (cioè quante persone entrano nel mercato e competono per quei posti) è aumentata, si viene quindi a creare un effetto bottleneck. I dati americani “Job Openings for Economists” (JOE) dell’American Economic Association mostrano come ci siano state poche posizioni aperte nel 2022, ancora meno nel 2023 e ancora meno nel 2024 e l’andamento di quest’anno suggerisce che il 2025 sarà persino peggiore: il mercato potrebbe star passando da una flessione ciclica a un mismatch potenzialmente strutturale!
Le cause? Sono diverse. Si parla di decrescita demografica (meno studenti oggi, meno bisogno di docenti domani), del calo delle iscrizioni in Economics nei corsi triennali, di una crescente preferenza per data scientists da parte delle Big Tech, di una riduzione delle assunzioni da parte di università e organizzazioni non profit a causa del calo dei bilanci statali e dei tagli ai finanziamenti federali… però la cosa che ci mette più ansia è l’AI. Un economista direbbe che l’AI è uno shock tecnologico: può cambiare il mercato del lavoro sia sostituendo attività prima svolte da persone, sia creando nuove mansioni. Ma nel nostro ambito, quali nuovi lavori crea davvero? E soprattutto: non rischia di comprimere proprio le posizioni iniziali, quelle in cui tipicamente fai i task più “standardizzabili” — pulizia dei dati, analisi preliminari — che sono anche il modo principale con cui uno studente entra davvero nel lavoro di ricerca?
Mentre il Nord America si contrae, un piccolo baluardo sembra essere l’Europa. Sebbene l’Europa stia fungendo da parziale “ammortizzatore” dello shock, potrebbe comunque non avere la capacità di assorbire l’eccesso di offerta proveniente dal mercato statunitense.
Dunque, sì, la contrazione sta avvenendo, ovviamente non sarà qualcosa di incredibilmente apocalittico, ma la domanda di lavoro di PhD in Economics è realmente diminuita e allo stesso tempo la relativa offerta è decisamente aumentata. I nostri stessi studi ci fanno quindi pensare che probabilmente quello che stiamo studiando potrebbe non avere gli stessi sbocchi di tempo fa… ma insomma l’occasione fa l’uomo ladro, magari potremmo scrivere le nostre tesi di magistrale sulle nostre proiezioni salariali da qui ai prossimi 20 anni.
Filippo Nardoni
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Libro: “Our Dollar, Your Problem” di Kenneth Rogoff, Yale Press 2025
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Tutti ricordiamo i tempi del “Jerome ‘Too Late’ Powell” o del più colorito “He’s a real dummy, who’s costing America Billions!”. E come dimenticare l’espressione perplessa di Powell mentre ascoltava le infondate accuse di Trump sui costi di ristrutturazione della sede della Fed, fino ad arrivare alla recente causa intentata contro la governatrice Lisa Cook.
Episodi che, presi insieme, raccontano una tensione costante: quella tra potere politico e indipendenza istituzionale.
Da un lato, la massima espressione della democrazia mondiale — gli Stati Uniti; dall’altro, la Federal Reserve, simbolo di autonomia tecnica e presidio contro le interferenze del ciclo elettorale. Qualcuno potrebbe obiettare che economia e politica sono sempre andate a braccetto, ma la verità è che una politica monetaria davvero efficace richiede indipendenza, se vuole perseguire in modo coerente il celebre dual mandate di stabilità dei prezzi e piena occupazione — il mantra che apre ogni riunione della Fed.
Come sottolineato da decenni di letteratura accademica, l’indipendenza delle banche centrali è il pilastro della credibilità monetaria: serve a impedire che le decisioni sui tassi o sulla liquidità diventino strumenti elettorali. Ma non si tratta solo di tecnica o teoria. La credibilità è un bene reale, che si costruisce nel tempo e che influenza le aspettative dei mercati, delle imprese e dei consumatori, ogni volta che guardano ai prezzi o ai mutui.
Un tema che oggi torna più che mai attuale. Gli ultimi anni — tra pandemia, guerre e shock energetici — hanno riportato in primo piano l’inflazione, un fenomeno che molti, sia tra i consumatori che tra gli economisti, avevano quasi dimenticato. In questo contesto, la difesa dell’indipendenza della Fed non è solo una questione istituzionale, ma la condizione necessaria per mantenere stabile la fiducia nel sistema economico americano.
E proprio questa fiducia è ciò che permette agli Stati Uniti di mantenere il loro ruolo centrale nel sistema monetario internazionale. Il dollaro, definito non a caso “dominant currency”, rimane la valuta di riferimento globale. Come ricorda Kenneth Rogoff nel suo nuovo libro “Our Dollar, Your Problem”, questa posizione di forza si regge su un fattore essenziale: l’indipendenza.
Dopo la fine del Gold Standard, infatti, il dollaro non è più sostenuto da riserve auree, ma da qualcosa di molto più fragile e potente allo stesso tempo: la fiducia. Una fiducia che dipende dalla credibilità delle istituzioni che la incarnano — e, in primo luogo, dalla capacità della Federal Reserve di perseguire i propri obiettivi senza piegarsi al potere politico del momento.
L’indipendenza della Fed, dunque, non è un dettaglio tecnico: è uno dei pilastri che reggono l’intera architettura della finanza globale.
Le prossime vicende politiche ed economiche saranno un banco di prova cruciale. Saranno esse a dirci se i principi rousseauiani dei checks and balances — quelli che hanno reso la democrazia americana un modello di resilienza — sono ancora abbastanza solidi da proteggere anche il cuore della sua economia: una banca centrale libera, credibile e indipendente.

