Di seguito trovate consigli e suggerimenti di lettura, video e altri contenuti, accompagnati da brevi commenti dei nostri membri. Tali commenti esprimono opinioni personali e non rappresentano l’associazione Ratio.
Leonardo Decorte
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Le analisi economiche basate su dati e metodi trasparenti risultano spesso scomode perché mettono in discussione narrazioni politiche rassicuranti. È il caso della recente lettura trionfalistica dei dati su occupazione e disoccupazione in Italia che, come osservato nel video di Umberto Bertonelli (EconomiaItalia), nasconde realtà ben diverse.
Secondo un rapporto della Banca d’Italia (settembre 2025), l’aumento dell’occupazione è infatti spiegato in larga parte da fattori contingenti: da un lato gli effetti distorsivi di incentivi straordinari come il Superbonus, dall’altro un contesto inflazionistico che ha reso relativamente più conveniente il lavoro rispetto ad altri fattori produttivi. Si tratta quindi di una crescita fragile, che non segnala un rafforzamento strutturale del mercato del lavoro e che si inserisce nel ben noto circolo vizioso italiano di salari reali stagnanti, bassa produttività e debole qualità dell’occupazione.
È proprio qui che l’uso politico dei dati diventa problematico. Dichiarare vittoria sulla base di indicatori parziali non è solo una selezione opportunistica dei numeri, ma una vera e propria falsità: il dato, apparentemente oggettivo, viene inserito in una cornice narrativa che lo trasforma in prova di prosperità e di “rinascita”.
Questa dinamica è ormai strutturale nella comunicazione politica contemporanea, in cui la verità o falsità di un’affermazione diventano secondarie rispetto alla sua capacità di generare emozione e consenso: il ragionamento perde centralità e i dati vengono ridotti a strumenti retorici, non a oggetti di analisi. E ciò, spesso, non ha colore politico. Come recitava infatti Giorgio Gaber, anche i politici onesti in democrazia tendono ad abbassare progressivamente l’asticella, parlando sempre meno alla testa e sempre più alla pancia (che come diceva Plutarco, non ha orecchie, ma una fame continua, aggiungo io).
La questione, allora, va oltre il singolo caso in esame. Quante volte accettiamo numeri e interpretazioni solo perché provengono dalla “nostra” parte? Quante volte screditiamo analisi alternative non per il loro contenuto, ma per l’identità di chi le propone? La polarizzazione rende sempre più difficile distinguere tra apparenza di verità e verità sostanziale.
Forse è anche per rispondere a questa deriva che abbiamo creato Ratio Think Tank.
Maria Gnoli
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L.Floridi, Why the AI Hype is Another Tech Bubble, 2024
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Visto l’uso sempre più diffuso dell’Intelligenza Artificiale in vari ambiti della nostra vita, è fondamentale comprendere anche le implicazioni del modello economico che ne sta alla base. Da un po’ di tempo si discute della possibilità che ci sia una bolla nel settore dell’AI: secondo alcuni questa bolla sarebbe già in fase di sviluppo e potrebbe esplodere da un momento all’altro, mentre secondo altri una crisi imminente sarebbe da escludere.
In questo articolo, il Prof. Floridi fornisce un’interpretazione interessante, confrontando l’AI con le cinque bolle tecnologiche che si sono sviluppate dal 2000 a oggi (ad esempio la Dot-Com Bubble, la Telecom Bubble e la Chinese Tech Bubble).
L’analisi del professore individua diverse somiglianze tra l’attuale “hype” sull’AI e questi fenomeni precedenti, come la presenza di una tecnologia “rivoluzionaria” e le speculazioni sul suo valore economico, che non corrispondono al valore reale, che attirano un gran numero di investitori. Se a ciò si aggiungono la regolamentazione incompleta del settore, la crescita esponenziale di start-up legate all’AI e le implicazioni etiche spesso dibattute, il quadro diventa ancora più complesso.
Per chi è interessato a esplorare l’aspetto economico legato al mondo dell’AI, questo articolo rappresenta una lettura accessibile ma preziosa per entrare nel vivo del dibattito.
Giuseppe Girasia
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The Geography of Science NBER di Abhishek Nagaraj (UC Berkeley) e Randol Yao (MIT Sloan)
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È stato da poco pubblicato questo nuovo working paper che analizza 44 milioni di pubblicazioni scientifiche dal 1980 al 2022 e racconta come si sta ridisegnando la mappa geografica dell’attività scientifica. Per decenni abbiamo dato quasi per scontato che la scienza avesse un centro di gravità ben preciso: gli Stati Uniti e l’Europa occidentale. Questo nuovo lavoro mostra però come negli ultimi quarant’anni la produzione scientifica mondiale ha attraversato e continui ad attraversare una “profonda riorganizzazione“.
Il primo fatto che colpisce è che la quota di pubblicazioni prodotte dagli Stati Uniti scende dal 40% nel 1980 al 15% nel 2022, mentre la Cina passa da quasi zero al 32%. Il dato cinese non riguarda solo la quantità totale, bensì anche la qualità: la Cina arriva a produrre oltre il 35% degli articoli nei top 5% journal. Nonostante questo anche oggi l’élite della ricerca rimane sproporzionatamente focalizzata su temi statunitensi.
Per chi come me vuole intraprendere un percorso di ricerca in Economia non può però non saltare all’occhio il grafico per campi disciplinari (Figura 2 del paper). Dal grafico si può notare come la ricerca scientifica in campo economico nel 1980 era a trazione statunitense: gli USA avevano quote vicine al 60% della produzione totale di articoli scientifici.
Nei successivi 40 anni, però, lo scenario è cambiato: la ricerca economica è diventata più multipolare. La quota della produzione totale statunitense si riduce drasticamente (da circa il 60% a quasi il 20%), mentre la quota cinese registra una impennata raggiungendo il 21%. Nello stesso periodo, la nostra Unione Europea è cresciuta da circa il 21% a quasi il 30% diventando così l’area geografica in cui si produce più ricerca in campo economico.
C’è infine un dettaglio ancora più importante che mi ha colpito: se guardiamo solamente alle pubblicazioni su riviste top 5% nel 2022, il campo di ricerca economico risulta tra i campi dove la partita è più “aperta” e competitiva. Le quote di USA, UE e Cina risultano relativamente vicine, segnalando che l’economia non è più un monopolio geografico, ma un campo in cui la leadership scientifica è apertamente contesa.

