Gabriele Puxeddu

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Per la partecipazione dei cittadini come ridurre l’astensionismo e agevolare il votoDipartimento per le riforme istituzionali

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Nelle ultime settimane è tornato nel dibattito pubblico un grande classico della politica italiana che accomuna tutti i referendum: il voto fuorisede. Quanti in queste settimane hanno sentito parlare e vissuto sulla propria pelle, per chi come me riceve il pacco da giù, quello che nel dibattito pubblico viene percepito come un impedimento democratico per 4,9 milioni di cittadini ad esercitare il proprio diritto di voto?

In virtù della sua portata questo dato aggregato attira verso di sé un’importante fetta dell’attenzione pubblica suggerendo un problema sistemico. Come però è molto facile che succeda, l’ampiezza del fenomeno non coincide necessariamente con la sua dimensione effettiva: il costo per tornare a votare.

Secondo la Relazione per la partecipazione dei cittadini, su elaborazioni di dataset Istat (pagina 72), solo il 38% dei fuorisede impiega due ore o più per rientrare nel comune di residenza. La percentuale scende al 14% per chi affronta un viaggio della durata, tra andata e ritorno, pari o superiore alle dodici ore. Con questo non si vuole negare l’inefficienza del sistema o le sue barriere burocratiche, ma piuttosto sottolineare l’eterogeneità del problema.

È interessante notare come il dibattito pubblico, in certi casi, tenda a privilegiare il numero complessivo rispetto alla sua composizione. Questo, dal punto di vista delle politiche pubbliche, non è irrilevante, specialmente per quanto riguarda la scelta e la direzione dello strumento istituzionale da adottare.


Beatrice Bonato

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L’economia impregna ogni ambito dell’esistenza umana: non le si può rifuggire, è onnipresente. Per secoli, la teoria economica ha considerato il progresso produttivo come l’obiettivo ideale a cui propendere. In un sistema chiuso e circolare che disdegna il pianeta, l’individuo – o meglio l’homo oeconomicus –  è inteso come un essere egoista e razionale. Tuttavia, in un contesto globale frammentato come quello odierno, questi assunti dovrebbero essere abbandonati a favore di teorie più snelle e flessibili.

Kate Raworth condanna la letteratura esistente che vede nella crescita del PIL un sinonimo di progresso, proponendo un nuovo modo di pensare l’economia: una teoria che possa finalmente spingere il contesto socio-ecologico verso una nuova direzione, quella della sostenibilità. Non si tratta di annichilire questa misura economica, piuttosto di essere «agnostic about growth», di garantire un equilibrio globale a prescindere dal valore del PIL nazionale. Si parla quindi di Doughnut Economics, un mondo a forma di ciambella il cui confine interno è costituito dalle necessità essenziali di ogni individuo, come la sicurezza; quello esterno è rappresentato dalle minacce che rendono ciò impossibile, come la crisi climatica. 

Raworth suggerisce quindi ai policy maker di intraprendere dei passi in questa nuova direzione, non tanto intesi come prescrizione, quanto piuttosto come un processo olistico che trascende i modelli classici. Si tratta di una visione che verrà ulteriormente rafforzata nel suo libro “Seven Steps to Think Like a 21st Century Economist”.


Giancarlo Leonetti

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Un recente studio di Lutz Sager e Gregor Singer ha ridimensionato l’efficacia della più recente fase del Clean Air Act, la pionieristica legge statunitense introdotta nel 1963 a tutela dell’ambiente: un monito a vedere i dati con atteggiamento critico e apertura mentale.

L’idea degli studiosi è semplice ma potente: poiché il Clean Air Act impone correzioni agli stati con livelli assoluti di inquinamento più elevati, per valutarne l’effetto è fuorviante limitarsi a confrontare i trend tra zone impattate e non impattate dalla legge. Il motivo è che le prime hanno più ampi margini di manovra e, di conseguenza, tendono a diventare più pulite a prescindere dalla legge.

Prevedibilmente, una volta neutralizzato questo effetto, l’impatto della legge cala più del 50%, frenandosi a una poco esaltante riduzione del 3% del particolato di tipo PM2.5. Non si tratta di un fallimento, ma certo nemmeno di un trionfo.Eppure, dobbiamo essere felici di questo lavoro: il segno di un atteggiamento dubitativo e pragmatico in cui la sottigliezza teorica non è mai fine a sé stessa, ma viene messa al servizio del benessere comune.


Gianluca Tisci

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Central Bank Independence – John H. Cochrane

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Dopo i recenti attacchi dell’amministrazione Trump contro l’indipendenza della Federal Reserve (FED), la banca centrale statunitense e il suo presidente Jerome Powell, John Cochrane entra nel dibattito ribadendo l’importanza dell’indipendenza della politica monetaria e ponendo una domanda provocatoria: non è forse la stessa FED a segare il ramo su cui siede?

Cochrane, professore a Stanford e già da tempo scettico delle politiche della FED, denuncia come la banca centrale stia espandendo le sue competenze e sconfinando in territori che non le appartengono: dal cambiamento climatico alla disuguaglianza sociale, passando per le politiche industriali. Per quanto animate da buone intenzioni, queste incursioni invadono ambiti che nelle democrazie occidentali spettano per natura agli organi eletti che rispondono direttamente ai cittadini.  Per di più, questa deriva è coincisa con fallimenti istituzionali allarmanti, ad esempio un’inflazione che ha sfiorato il 10%, il collasso di Silicon Valley Bank e una generale incapacità di gestire e controllare il settore bancario. Allo stesso modo, la BCE non è immune da critiche analoghe, da anni sta ampliando il suo raggio d’azione ben oltre i trattati, gestendo trasferimenti fiscali tra nazioni e sostenendo i debiti sovrani.

Il paradosso è questo: più le banche centrali si avventurano in territorio politico, più diventano vulnerabili alla politica. Un’istituzione che non si limita al proprio mandato  non può pretendere di essere trattata come un organo tecnico e rischia di essere inevitabilmente trascinata nell’orbita della politica. E quando questa distinzione sfuma, le pressioni esterne sui tassi d’interesse smettono di sembrare un’ingerenza indebita e cominciano ad assomigliare a una legittima richiesta di controllo democratico. Le banche centrali, in fondo, rischiano di aver costruito con le proprie mani l’argomento migliore contro la loro indipendenza.