Reti di impresa: soluzioni semplici a problemi complessi?


Oltre il 99% delle imprese italiane è una piccola o media impresa (PMI): un patrimonio ad alta specializzazione, in buona parte manifatturiero o artigianale, la cui piccola dimensione è allo stesso tempo un limite per il suo sviluppo e la sua innovazione, minandone così la competitività in un’economia sempre più globalizzata.
Esistono strumenti in grado di permettere alle PMI di godere dei benefici delle loro rivali più grandi, senza però stravolgerne natura? In Italia, la rete d’impresa sembra essere una delle risposte più verosimili a questo problema. 


Il contesto italiano

“In Italia si lavora di più, ma si produce di meno”. Quante volte abbiamo sentito questa frase rimbalzare tra editoriali e dibattiti televisivi, salvo poi restare lì appesa a un filo, senza che qualcuno si prendesse la briga di cercarne le possibili soluzioni? Il problema della produttività italiana è reale e persistente, ma raramente viene inquadrato con la precisione che meriterebbe: non si tratta solo di lavorare meglio o di riformare il mercato del lavoro, bensì di ripensare interamente la struttura stessa del nostro tessuto produttivo.

Le piccole e medie imprese (PMI) rappresentano oltre il 99% del totale delle imprese attive del nostro Paese, costituendo di fatto la spina dorsale dell’occupazione e del valore aggiunto, vale a dire la differenza fra il valore finale della produzione di beni e servizi e i costi sostenuti degli input necessari per tale produzione. 

Eppure, questa straordinaria capillarità produttiva comporta un limite difficile da ignorare, poiché la dimensione ridotta impedisce alle imprese di raggiungere la soglia dimensionale minima necessaria per investire in ricerca e sviluppo, internazionalizzarsi, adottare tecnologie avanzate e attrarre talenti qualificati. Il risultato è un paradosso tipicamente italiano: un patrimonio manifatturiero e imprenditoriale di grande valore, incapace però di esprimere appieno il proprio potenziale competitivo.

Esistono, almeno nel breve periodo, medicine a questa malattia, nella speranza che le necessarie riforme strutturali facciano il loro corso? Un’idea concreta e tutta italiana è quella delle reti di impresa: strumenti giuridici pensati proprio per consentire alle PMI di “fare sistema” senza però rinunciare alla propria autonomia, aggregando risorse, competenze e strategie in modo flessibile e modulare.

Il contratto di rete d’impresa, introdotto nell’ordinamento italiano nel 2009, consente alle aziende che lo stipulano, dette retiste, di collaborare sia con l’esercizio in comune della loro attività che con lo scambio di informazioni e prestazioni industriali, commerciali e tecniche. Le imprese retiste elaborano un programma di rete, ovvero un piano d’azione comune avente l’obiettivo di aumentare la capacità innovativa e la competitività, senza limiti di dimensione, numero di imprese per contratto, sede operativa e forma giuridica (società, cooperative, consorzi etc.) per le singole parti. Nel 2012 è nata inoltre la rete-soggetto, un soggetto giuridico a sé stante che permette alle imprese coinvolte di agire come entità unica verso terzi. 

Si cerca così di rispondere alla frammentazione del tessuto produttivo delle PMI italiane, consentendo loro, da un lato, di conservare la propria autonomia e indipendenza e, dall’altro, di assumere personale in comune, dividersi i costi e godere di agevolazioni fiscali e finanziamenti, affrontando meglio il mercato nazionale ed internazionale. 

Un po’ di numeri

Il numero di imprese retiste  in Italia è in aumento: si passa dai poco più di 6.000 contratti di rete di fine maggio 2020, che contano oltre 36.000 imprese, ai circa 9.600 contratti di fine 2024, per un totale di circa 50.000  imprese coinvolte. 

Una crescita che sembra segnalare una migliore capacità di adattamento e resilienza delle imprese in rete, permettendo, soprattutto alle PMI, di superare gli ostacoli dovuti ai limiti dimensionali e alle recenti crisi (Covid-19, guerra russo-ucraina…). Ciò riflette, quindi, una maggiore fiducia nei vantaggi che il contratto di rete garantisce alle aziende membro da parte degli imprenditori. 

Ancora più marcata è, invece, la crescita degli addetti occupati nelle imprese retiste, che sono passati dall’essere 1 milione del 2020 a quasi 1,7 milioni nel 2024. Questo significa non solo una maggiore diffusione dello strumento, ma anche una progressiva adesione di imprese di dimensioni più grandi ai contratti di rete. Infatti, nonostante siano ancora le micro imprese fino a 9 addetti a rappresentare la maggioranza delle imprese retiste in termini assoluti (52,3% nel 2020 e 51,6% nel 2024), queste raccolgono solo una piccola parte degli occupati nei contratti di rete (6% nel 2020 e 4,6% nel 2024). Il maggior volume di addetti in rete è di fatto rappresentato dalle medie e grandi imprese con 50 o più dipendenti, che nel 2024 danno lavoro a più dell’80% del totale degli addetti in imprese retiste (78% nel 2020). 

Il panorama italiano, per quanto riguarda la densità delle reti d’impresa, è dominato dalle microreti, cioè contratti che aggregano meno di 10 imprese. Nel 2020 e 2021 le microreti rappresentavano l’86% del totale e quasi il 50% era composto da 2 o 3 realtà. Nel 2022 e 2023 queste percentuali sono salite all’87% e al 52% rispettivamente, testimoniando così un consolidamento di forme a bassa densità imprenditoriale (le micro-reti, appunto).

Uno sguardo regionale

Negli anni si sono sviluppate interessanti forme di aggregazione tra imprese operanti in aree geografiche diverse. Nel 2024 il 18,8% delle imprese retiste è composto da reti interregionali che coinvolgono imprese di aree confinanti, ma si è anche osservata una maggiore quota di contratti comprendenti trasversalmente aziende del Nord, del Centro e del Sud, a conferma dell’efficacia dello strumento nel connettere diverse esperienze imprenditoriali e nell’integrare competenze, permettendo di ottenere performance economiche altrimenti difficili da raggiungere in autonomia.

Guardando la distribuzione delle reti nel dettaglio, la maggior parte delle imprese retiste, il 40%, è al Nord. Tuttavia, la propensione a fare rete, cioè il rapporto tra imprese retiste sul totale di imprese attive in una data area o regione, è più alta al Centro (1,60% nel 2024)  rispetto a Nord (0,81%) e Sud (0,71%). Bisogna anche considerare, però, che questa maggiore propensione a fare rete del Centro è spiegata dal fatto che molte delle reti interregionali hanno sede in Lazio il quale, da solo, concentra il 22% delle reti nazionali.

Al Nord, le imprese sono già di per sé più produttive. Le funzioni tipiche del contratto di rete vengono in larga parte già assolte da sistemi di aggregazione storicamente radicati nel territorio, come distretti industriali, filiere integrate e consorzi. In questo contesto, il contratto di rete si sovrappone dunque a strumenti preesistenti, risultando perciò meno attraente, senza implicare tuttavia una minore collaborazione tra le imprese. Al Sud, invece, la bassa propensione ha una natura diversa, che  non riflette un eccesso di alternative efficaci, bensì una carenza di condizioni abilitanti, come una densità imprenditoriale più bassa e frammentata e incentivi locali a fare rete meno sviluppati rispetto al resto del Paese. 

Questa tendenza è chiara anche a livello regionale: le regioni del Nord, eccetto che per il Friuli Venezia-Giulia, e del Sud sono generalmente quelle meno propense a fare rete, ma le prime sono più produttive delle seconde. Si può inoltre notare come tra 2021 e 2024 tutte le regioni siano cresciute sia in termini di propensione sia di produttività, suggerendo una correlazione positiva tra le due, riscontrata anche dall’Istat, che ha documentato come essere parte di una rete renda le imprese più resilienti e produttive. 

Le reti ed i loro settori

Dal punto di vista settoriale, il contratto di rete trova terreno fertile soprattutto nell’agroalimentare (16% delle reti), nella meccanica (10%), nelle costruzioni (9%) e nel commercio (8%), riflettendo in modo piuttosto fedele le vocazioni produttive tradizionali del paese. Emergono però con forza anche comparti dei servizi, socio-sanitari (6%) turistici (6%) professionali (5%) e tecnologici (5%), a testimoniare che la logica di rete ha valicato i confini dell’industria manifatturiera per penetrare anche nei settori terziario e dell’innovazione. 

Il rapporto 2025 del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) sulla produttività individua nella ridotta dimensione delle aziende italiane uno dei principali colli di bottiglia per l’economia nazionale, sottolineando la necessità di promuovere forme di aggregazione aziendale che facilitino l’accesso agli investimenti in innovazione e tecnologia e la partecipazione a filiere di produzione globali, anche nel campo dei servizi, in cui questo discorso può apparire meno immediato. La produttività in Italia resta concentrata quasi esclusivamente nelle grandi aree urbane del Nord del Paese (ve lo ricordate quell’articolo del ’72 del Corriere della Sera che prevedeva che la questione meridionale l’avremmo risolta “soltanto” nel 2020? Noi sì!). A un livello di produttività intermedia si collocano le reti di alcuni comuni specializzati coincidenti con i vecchi distretti industriali. Queste aree sono soggette a una maggiore vulnerabilità alla frammentazione e, quindi, trarrebbero beneficio da un soluzione istituzionalizzata di rete di impresa, se supportata da infrastrutture funzionanti. 

La propensione a fare rete varia drasticamente a seconda del settore. Nei comparti a bassa produttività intrinseca (come il commercio e le costruzioni), il legame tra la dimensione e l’aggregazione con la produttività è debole: il divario di efficienza tra imprese con oltre 50 addetti e le microimprese sotto i 10 addetti è inferiore al 30%. Qui l’incentivo economico a fare rete è strutturalmente minore. 

Nei settori ad alta intensità di know-how, invece, come servizi professionali avanzati, informatica e tecnologia e manifattura ad alto contenuto tecnologico, la produttività delle imprese di scala maggiore supera del 70-80% quella delle microimprese. L’aumento di produttività derivante da una maggiore dimensione dell’impresa retista varia marcatamente a seconda del settore, è quindi impensabile immaginare che la propensione di una regione a fare rete non dipenda dall’importanza relativa di alcuni settori sul valore aggiunto regionale. 

Le regioni del Sud presentano una minore incidenza di occupati in comparti ad alta tecnologia e servizi avanzati. Di conseguenza, la scarsa propensione a formare reti d’impresa in queste aree potrebbe essere causata proprio dall’assenza di tali  settori dominanti, i quali trarrebbero i maggiori benefici in termini di rendimenti di scala e produttività dall’aggregazione in reti d’impresa.

Conclusioni

Lo strumento delle reti d’impresa funziona davvero, ed è dimostrato: permette alle PMI italiane di superare l’ostacolo dimensionale e di affrontare al meglio la competizione, senza che vengano intaccate le loro identità e autonomia. Sebbene le reti si concentrino ancora soprattutto a livello micro, abbiamo visto come questa tendenza sia in diminuzione e come la loro diffusione sia in costante espansione. Le reti rappresentano dunque un asset fondamentale per il Paese: promuovere queste forme di collaborazione è uno dei modi possibili, e di sicuro più plausibili, per trasformare la storica frammentazione delle PMI italiane da debolezza a forza di sistema. Solo così potremo evitare che la contraddizione italiana tra sforzo e produttività rimanga un eterno limite dimensionale.

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