I treni italiani sono davvero sempre in ritardo?


Secondo Ferrovie dello Stato, oltre nove treni su dieci arrivano puntuali, ma la percezione comune è l’esatto opposto. Chi ha ragione allora? Entrambi! Un dato e un’esperienza non misurano la stessa cosa: le statistiche ufficiali descrivono il caso tipico, ma i passeggeri vivono i casi estremi, cioè i ritardi gravi, quelli che fanno perdere coincidenze e appuntamenti. Sono rari in percentuale, ma sono esattamente quelli che formano la percezione del servizio. La nostra analisi, basata su oltre cinque milioni di corse osservate tra giugno 2024 e aprile 2026, mostra perché le due narrazioni divergono e, soprattutto, cosa servirebbe per riconciliarle. 


 Il paradosso della soglia del ritardo italiano

I dati sulla puntualità sono pubblicati ogni mese da Ferrovie dello Stato (FS) e aggregati nel Rapporto di Sostenibilità annuale. L’ultimo bilancio disponibile (2024) descrive un sistema in netto miglioramento: l’Alta Velocità raggiunge il 71,3% di puntualità (oltre dieci punti percentuali in più rispetto all’anno precedente); gli Intercity si attestano sopra il 78%; i Regionali sfiorano il 90%. Numeri incoraggianti, certo, ma costruiti su una definizione di “puntuale” piuttosto generosa.

In Italia, un treno a media o lunga percorrenza è considerato in orario se arriva entro dieci minuti dall’orario previsto. Il criterio dell’Unione Europea e dell’Agenzia Europea per le Ferrovie (ERA) fissa tale soglia a cinque minuti, esattamente la metà. È una scelta tecnicamente legittima, ma con un effetto immediato: tutto ciò che si colloca tra i cinque e i dieci minuti di ritardo, nelle comunicazioni ufficiali, sparisce. I dati grezzi, peraltro, non sono pubblici, e perciò non è chiaro se le statistiche includano anche le corse soppresse o solo quelle effettivamente circolate. Il risultato è una metrica corretta in senso stretto, ma incompleta nel raccontare la qualità del servizio percepita da chi viaggia.

I dati che Trenitalia non pubblica

Per aggirare l’opacità delle fonti ufficiali abbiamo utilizzato TrainStats, un servizio che interroga in tempo reale le API pubbliche (le interfacce con cui i programmi accedono ai dati operativi di Trenitalia) di ViaggiaTreno, considerando oltre 5,4 milioni di corse tra giugno 2024 e aprile 2026.

Applicando lo standard europeo dei cinque minuti, il quadro cambia: la puntualità “ufficiale” comunicata da Trenitalia, vicina al 93%, scende all’85,9%. Il dato chiave risiede proprio in questa differenza di circa sette punti percentuali, corrispondente a oltre 400.000 corse nei due anni, circa il 7,4% del totale. Sono questi i treni che FS classifica come puntuali ma che, secondo lo standard europeo, risulterebbero in ritardo

Eppure, il problema più rilevante non si trova nella zona grigia tra cinque e dieci minuti, ma più in profondità. Una corsa su venticinque — il 4,25% del totale, circa 230.000 viaggi nei due anni — arriva con più di un quarto d’ora di ritardo. Sono questi ritardi a far perdere coincidenze, riunioni, voli; sono questi a rimanere impressi nella memoria dei pendolari, ben più dei tanti viaggi puntuali che li hanno preceduti. La frequenza è bassa, ma il peso sull’esperienza reale è enorme.

Il paradosso dell’Alta Velocità

C’è un’altra sorpresa nei dati. Scomponendo i ritardi per tipologia di servizio, emerge un risultato controintuitivo: i treni regionali sono significativamente più puntuali dell’Alta Velocità (AV). Applicando la soglia europea dei 5 minuti, l’88% dei regionali arriva puntuale, contro il 65,6% degli Intercity e il 64,5% delle Frecce. Anche allungando la tolleranza ai dieci minuti italiani, oltre un treno AV su cinque arriva in ritardo. E i ritardi più gravi, sopra i quindici minuti, riguardano circa il 15% delle corse AV e oltre il 16% degli Intercity, ma appena il 3% dei regionali.

I servizi ad alta velocità garantiscono in media comfort e tempi di percorrenza migliori, ma sono anche quelli più esposti ai ritardi seri. I treni regionali, invece, accumulano ritardi più contenuti e raramente superano i quindici minuti.

La diffusa percezione di un sistema inaffidabile, dunque, non nasce dalle linee locali: è alimentata proprio dai servizi di punta che FS sceglie di mettere in vetrina nei comunicati stampa.


Perché succede: una questione di capacità

Il fatto che siano i servizi più veloci e tecnologicamente avanzati a mostrare i ritardi peggiori non è un paradosso, ma una conseguenza prevedibile della saturazione della rete.

Le reti ferroviarie lavorano quasi al limite della loro capacità: quando un treno accumula ritardo, lo trasmette ai treni successivi. Questo effetto a cascata spiega perché i ritardi gravi non sono proporzionali al ritardo iniziale, un guasto tecnico di dieci minuti può diventare un’ora di ritardo a fine linea. Quello che si crea è infatti un effetto domino: un treno in ritardo occupa il binario più a lungo del previsto, ritardando il successivo, che a sua volta ritarda quello dopo.

Le linee AV italiane operano in condizioni di alta saturazione, soprattutto nei nodi di Milano Centrale, Roma Termini e nella tratta Roma–Firenze, dove convergono i flussi Nord-Sud e i binari vengono condivisi con servizi Intercity e regionali. I treni regionali, al contrario, percorrono tratte più brevi, hanno più margine di recupero nel programma orario (finestre di tempo costruite ad hoc per assorbire piccole perturbazioni) e raramente attraversano i colli di bottiglia ad alta densità.

Il risultato è strutturale: a parità di disturbo (un guasto, un evento meteo, un ritardo iniziale), la rete AV amplifica gli effetti, mentre quella regionale li assorbe. Più che un problema di gestione, è un problema di capacità. 

Quanto costa davvero un ritardo

Misurare la puntualità come un semplice sì o no è una semplificazione utile, ma fuorviante quando il costo reale del ritardo non cresce linearmente con i minuti.

Cinque minuti di ritardo sono un fastidio; venti possono significare perdere una coincidenza ferroviaria, un appuntamento di lavoro, un volo; trenta possono trasformare un viaggio di lavoro in una giornata persa.  Il costo del ritardo per il viaggiatore non aumenta in modo uniforme: un ritardo di trenta minuti non è semplicemente tre volte peggio di uno da dieci, è molto di più, perché fa perdere coincidenze, appuntamenti, ore di lavoro. Da questo emerge una conseguenza importante: il 4,25% di corse con oltre 15 minuti di ritardo, pur essendo una piccola quota del totale, genera con tutta probabilità la maggior parte del danno economico-sociale aggregato. Una stima del Centro Studi Unimpresa quantifica in 3,16 miliardi di euro all’anno il costo dei ritardi ferroviari per il sistema produttivo italiano: una metrica che considera equivalenti tutti i ritardi ignora dove si concentra il problema reale. Questa è anche la chiave del cosiddetto waiting time paradox: gli eventi rari ma costosi sono sovrarappresentati nell’esperienza percepita rispetto alla loro frequenza statistica. I pendolari ricordano i pochi ritardi gravi, non i precedenti viaggi puntuali. Per questo, la divergenza tra dati ufficiali ed esperienza diffusa non è un’illusione cognitiva: è la conseguenza inevitabile di misurare un fenomeno irregolare con uno strumento pensato per i casi tipici.

Cosa fare: una proposta di policy

Il problema, dal lato della policy, non è solamente far arrivare più treni in orario: è misurare e comunicare in modo coerente con il costo reale per chi viaggia. Ecco quattro proposte concrete:

Pubblicare i dati grezzi. Trenitalia espone già i dati in tempo reale tramite ViaggiaTreno: archiviarli e renderli accessibili in formato aperto eliminerebbe la dipendenza da scraping di terze parti e permetterebbe verifiche indipendenti. È lo standard di trasparenza adottato da operatori come Deutsche Bahn in Germania e SNCF in Francia.

Allineare la soglia al benchmark europeo. Mantenere la soglia dei 10 minuti, ma pubblicare in parallelo anche quella a 5 minuti, in linea con l’ERA. La doppia metrica permette confronti internazionali e riduce l’asimmetria informativa con i passeggeri.

Comunicare l’intera realtà dei ritardi, non solo la media. I passeggeri usano implicitamente la statistica per decidere l’orario di partenza e una puntualità del 93% è un’informazione che non risolve il loro problema: quel treno su venti che arriva in ritardo, quanto in ritardo arriva?

Compensazioni incrementali. L’attuale sistema di rimborsi è lineare e a soglie discrete, mentre, con una compensazione che cresce di più quanto più è grave il ritardo, Trenitalia avrebbe un incentivo concreto a eliminare proprio i casi peggiori, quelli che pesano di più sui passeggeri.

Conclusione

I treni italiani non sono “sempre in ritardo”. La maggioranza arriva entro pochi minuti dall’orario previsto e i miglioramenti recenti registrati da FS sono reali. Ma una piccola quota di corse,  quella che le statistiche ufficiali tendono a non raccontare nel dettaglio, domina l’esperienza percepita e produce gran parte del costo economico-sociale dei ritardi. Il problema, allora, non è che FS menta sui numeri: è che la metrica scelta misura una cosa diversa da quella che conta per chi viaggia. Cambiare il modo in cui si misura la puntualità,  renderla più trasparente, più europea, più fedele alla realtà della distribuzione, è il primo passo per cambiare anche il sistema. Perché la domanda davvero interessante, in fondo, non è se i treni italiani siano sempre in ritardo. È se abbiamo scelto di misurarli onestamente.

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