Le carceri italiane sono un fallimento? Breve analisi della situazione attuale


I numeri del sistema penitenziario italiano non sono rassicuranti: nel 2025 il tasso di sovraffollamento medio ha raggiunto il 122%, solo un detenuto su tre è impiegato in attività lavorative e il tasso di suicidi è quasi raddoppiato in dieci anni. Senza investimenti mirati sulla riabilitazione, l’attuale tasso di recidiva del 68,7% rischia di trasformare le risorse stanziate in un costo a fondo perduto, mancando l’obiettivo costituzionale della pena e gravando sulla sicurezza dell’intera collettività.


“Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando le sue carceri”. Queste celebri parole attribuite a Voltaire mettono in evidenza l’importanza che il sistema penitenziario ricopre all’interno di una società. Per questo, abbiamo deciso di analizzare le condizioni del sistema italiano: dalle metriche che ne fotografano lo stato al suo peso sulle finanze pubbliche, fino ai costi economici più nascosti di un sistema che non funziona.

Sovraffollamento

L’elevato tasso di sovraffollamento, misurato come rapporto tra detenuti medi e capienza, costituisce una condizione strutturale delle carceri italiane. Dopo un picco del 157% nel 2010, il tasso era sceso al 106% nel 2014; in seguito, con l’esaurirsi della flessione pandemica, la curva è tornata a crescere, attestandosi nel 2025 a un valore del 122%, una media che cela realtà locali ancora più gravi. Infatti, nel solo 2025, 147 istituti su 189 risultano sovraffollati, di cui 54 con tre detenuti ogni due posti disponibili.

Relazione tra detenuti e capienza. Per una migliore visualizzazione, sono stati esclusi gli istituti con capienza e detenuti superiori a 1.000 unità ciascuno. Il grafico riporta, tratteggiata, la linea di affollamento al 100%, distinguendo visivamente gli istituti che si trovano al di sopra di questa soglia.

Da cosa è causata questa situazione?

Innanzitutto, dall’inadeguatezza strutturale: l’edilizia non tiene il passo dei flussi in ingresso, rendendo il nuovo piano governativo per la creazione di 10.000 nuovi posti posti in tre anni insufficiente se non accompagnato da una riduzione degli ingressi. Inoltre, un terzo dei detenuti è in attesa di giudizio e una maggiore accessibilità alle misure alternative permetterebbe di alleggerire il sistema, nel solco tracciato dalla Riforma Cartabia. Infine, dalla progressiva criminalizzazione: aver storicamente gestito fenomeni come il narcotraffico e l’immigrazione tramite l’inasprimento delle pene ha portato a un incremento della durata della detenzione.

Formazione dei detenuti

Il sistema penitenziario attuale manca di un pilastro fondamentale per l’efficacia del processo rieducativo. La scarsità di opportunità lavorative, spesso poco qualificanti e con turni imposti, e la distribuzione disomogenea dell’offerta formativa erodono competenze, abilità e motivazioni, che definiscono il cosiddetto capitale umano.

Al 2025, solo il 34,1% dei detenuti risulta impiegato in attività lavorative, sebbene il dato sia in aumento rispetto ai tre anni precedenti. Di questi, l’85,5% risulta alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, con incarichi relativi al mantenimento delle condizioni di igiene e pulizia e alla preparazione e distribuzione dei pasti. D’altra parte, soltanto il 14,4% (4,6% dei detenuti totali) svolge attività lavorative in strutture al di fuori del carcere, tipicamente nell’ambito dell’agricoltura, della ristorazione e dell’edilizia. Gli iscritti a corsi di formazione professionale terminati, invece, rappresentano l’8,1% del totale dei detenuti.

Nonostante la Legge Smuraglia (2000), che incentiva le imprese ad assumere detenuti, semiliberi ed ex detenuti tramite sgravi fiscali, e l’istituzione di un Segretariato permanente per l’inclusione economica dei detenuti (2024), il numero complessivo di lavoratori rimane troppo basso per offrire concrete alternative al crimine.

L’importanza del lavoro carcerario non risiede tanto nell’aspetto economico quanto nel suo valore rieducativo e riabilitativo per la vita fuori dal carcere. Eppure, fatica ancora a liberarsi da logiche premiali, trasformandosi in un privilegio subordinato alla buona condotta e non un diritto base.

Figure professionali e polizia penitenziaria

Un aspetto rilevante riguarda il personale delle strutture: i direttori coordinano attività e personale, influenzando così sia le condizioni di vita sia l’efficacia rieducativa, il che spiega la marcata eterogeneità tra istituti. Secondo quanto riportato dall’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone (2026), quasi uno su cinque era assegnato contemporaneamente a più istituti nel 2025. A supportarli vi sono i vicedirettori, figure però poco valorizzate a causa dell’assenza di competenze chiaramente definite.

Il grafico evidenzia la differenza netta tra educatori e personale di polizia penitenziaria. In particolare, nel primo caso, il rapporto ha sempre registrato valori molto elevati, con un incremento negli anni del COVID-19 e una successiva riduzione associata alle risorse provenienti dal PNRR. Il personale di polizia penitenziaria, invece, ha sempre mantenuto rapporti bassi, inferiori o prossimi a due detenuti per agente (nel 2025 e nel 2026).

Le due figure con il divario più netto in termini di organico rispetto alla popolazione carceraria sono educatori e polizia penitenziaria. I primi, formalmente funzionari giuridico-pedagogici, accompagnano il detenuto nel percorso di risocializzazione e ne curano le relazioni con il territorio; tuttavia, rispetto al numero di detenuti rimangono sempre troppo pochi. Nel 2020 era presente un educatore ogni 79 detenuti; un graduale aumento ha portato il rapporto a uno ogni 68. La polizia penitenziaria presenta la situazione opposta: nonostante l’organico effettivamente impiegato nelle carceri sia inferiore a quello necessario ufficialmente, il rapporto è appena superiore a due detenuti per agente ed è stato regolarmente al di sotto di questa soglia fino al 2024, risultando inferiore alla media europea. Tuttavia, va sottolineato che i dati annuali sono medie che non rappresentano appieno le singole realtà. Nella Casa di Reclusione di Alessandria “San Michele”, ad esempio, il rapporto è pari a 0,31, mentre nella Casa Circondariale di Cremona sale a 3,48.

Eventi critici in carcere

Per eventi critici il Ministero della Giustizia intende tutti i fenomeni che: «mettono a rischio la propria o altrui incolumità e, più in generale, la sicurezza all’interno degli istituti penitenziari». Per questo, rappresentano un indicatore del clima nelle carceri e del benessere dei detenuti.

Negli ultimi anni la situazione è diventata sempre più drammatica: dal 2015 al 2025 il tasso di suicidi ogni 10.000 detenuti è passato da 7 a 13. Il 2024 è stato l’anno con il numero più alto di suicidi (91) mentre il 2025 è stato l’anno con il maggior numero di morti in termini assoluti 254, inclusi i suicidi. Questi dati restituiscono l’immagine di un sistema penitenziario sempre più fragile e degradato, una condizione che non può essere spiegata esclusivamente dall’elevato livello di sovraffollamento.

Le persone che compiono questi gesti sono spesso quelle in condizioni più precarie e isolate, prive di una rete sociale alle spalle. La popolazione carceraria presenta già una maggiore fragilità psicologica e le circostanze che conducono alla detenzione costituiscono un forte fattore di stress. Le carceri italiane, al momento, spesso non sono capaci di indirizzare verso una nuova vita queste persone, ma rischiano di spingerle verso ulteriori gesti estremi.

Analisi dei bilanci 2017-2026

L’analisi dei bilanci dal 2017 al 2026 mostra un sistema penitenziario in una transizione faticosa. Da un lato, emerge una chiara consapevolezza delle problematiche: il bilancio, in costante aumento, si è aperto a investimenti più consistenti in edilizia, formazione del personale e trattamento dei detenuti. Dall’altro, le criticità persistono: i costi del personale assorbono circa due terzi del bilancio, lasciando meno di un miliardo di euro per interventi strutturali e politiche di reinserimento.

Analizzando il bilancio del 2026 rispetto all’anno precedente, la spesa per la Polizia penitenziaria balza da 2.103 a 2.281 milioni di euro (+8,5%), ristabilendosi al 64,8% del totale, dopo diversi anni in cui era in calo in termini percentuali. I 178 milioni di aumento superano da soli l’intera crescita del bilancio del dipartimento. Ciò significa che tutte le altre voci, considerate nel loro insieme, si contraggono. Va inoltre considerato che una crescita complessiva del bilancio di appena il 3% rispetto all’anno precedente equivale a un aumento quasi nullo in termini reali, ovvero una volta tenuto conto dell’inflazione.

L’andamento dei fondi per l’edilizia carceraria desta preoccupazione: dopo il picco del 2023 (circa 236 milioni di euro), sono scesi a 160 milioni nel 2026, un segnale poco incoraggiante sul fronte del sovraffollamento.

L’azione dedicata all’accoglienza e reinserimento si attesta intorno a 319 milioni di euro (9,1% del bilancio del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria). All’interno di questo capitolo spiccano due voci che rimangono però ancora marginali: la remunerazione dei detenuti lavoranti (133 milioni) e il mantenimento e l’assistenza (127 milioni).

Il segnale più preoccupante dell’ultimo bilancio riguarda però il personale amministrativo e trattamentale, che crolla da 369 a 280 milioni di euro (-24%) rispetto al 2025, interrompendo la crescita del decennio precedente. In parte ciò è dovuto alla fine dei contratti PNRR, ma, come mostrano i dati sul rapporto educatori-detenuti, il bisogno di questi professionisti resta elevato.

L’evoluzione dei bilanci fotografa quindi un’amministrazione che spende di più, ma che fatica a spostare il baricentro dalla pura custodia verso una reale funzione rieducativa. L’ultimo anno, in particolare, non conferma il timido riequilibrio degli anni precedenti, ma segna un ritorno verso un modello marcatamente custodia-centrico.

Costo della recidiva

Il sistema penitenziario italiano presenta diverse criticità in termini di rieducazione e reintegrazione dei detenuti nella società, come evidenziato dalle analisi delle metriche riportate sopra. Secondo stime CNEL/Censis, nel 2023 il 68,7% di chi scontava la pena in carcere tornava a commettere almeno un reato dopo la scarcerazione. Ma quali sono i costi concreti di questa inefficienza? È possibile quantificare economicamente il fenomeno della recidiva?

Per rispondere a questa domanda è necessario ricorrere alla letteratura internazionale, dato che per l’Italia mancano stime sistematiche del fenomeno. Sebbene i contesti giuridici e sociali di Stati Uniti e Regno Unito differiscano da quello italiano, gli studi condotti in questi Paesi offrono una cornice utile: trasformano un fallimento istituzionale in costi quantificabili, permettendo di confrontare il costo dell’inazione con quello di politiche alternative.

Nel loro studio del 2016, Ostermann e Caplan hanno analizzato la recidiva di circa 32.000 ex detenuti nel New Jersey, esaminando i reati commessi nei tre anni successivi al rilascio, avvenuto tra il 2005 e il 2007. Misurando gli oneri diretti della recidiva e la disponibilità della collettività a pagare per evitarla, i ricercatori hanno stimato un costo compreso tra i 34.000 e 80.000 dollari per detenuto, a fronte di una spesa statale di 137.000. Ne deriva che qualsiasi intervento capace di ridurre la probabilità di recidiva con un costo inferiore a quelli stimati rappresenterebbe un guadagno netto per la collettività, in quanto il beneficio ottenuto dalla prevenzione dei reati eccederebbe la spesa necessaria per realizzarlo.

Su scala più ampia, il Ministero della Giustizia britannico stima i costi economici e sociali della recidiva in Inghilterra e Galles per la coorte del 2016 in 18,1 miliardi di sterline in un solo anno. Oltre la metà deriva dalle conseguenze dei reati su vittime e servizi, costi che non compaiono nei bilanci pubblici ma che ricadono sulla società, di cui una quota significativa proviene dai condannati a pene detentive brevi, per i quali il tempo disponibile per interventi riabilitativi è spesso insufficiente.

In Italia, il costo giornaliero di un detenuto è di circa 150 euro. Se il sistema non riesce a rieducare e reintegrare il condannato, questa spesa cessa di essere un investimento e diventa un costo a fondo perduto. La recidiva rappresenta quindi il fallimento dell’investimento pubblico: un detenuto che non viene reintegrato genera nuovi costi futuri, non solo per il sistema giudiziario, ma anche per la sicurezza collettiva.

Conclusione

I numeri analizzati descrivono un sistema consapevole dei propri limiti, ma ancora timido nel superarli. Il bilancio cresce, ma le criticità rimangono le stesse: gli educatori restano uno ogni 68 detenuti, i fondi per l’edilizia calano e il tasso di suicidi è quasi raddoppiato in dieci anni. Il problema non è l’assenza di soluzioni, ma la loro scala.

Il punto di fondo è politico e culturale insieme: fino a quando investire nella rieducazione sarà percepito come un privilegio per i detenuti anziché come un risparmio per la collettività, le risorse continueranno ad andare dove sono sempre andate. Il 68,7% di recidiva non è un dato sulla pericolosità di chi esce dal carcere, è un dato sull’efficacia di ciò che accade dentro.

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