Chi è lo studente? Tre modelli, tre risposte diverse


Il modo in cui uno Stato finanzia il diritto all’istruzione rivela in che ottica concepisce il ruolo dello studente all’interno della società. Mentre in Paesi come Danimarca e Norvegia lo studente universitario è considerato un cittadino adulto su cui investire nel lungo periodo attraverso sussidi o prestiti anche parzialmente a fondo perduto, in Italia il sistema frammentato e sottofinanziato delle borse di studio lo relega ancora a carico delle famiglie. Un divario non solo economico, ma profondamente culturale: chi è davvero lo studente agli occhi dello Stato?


Il ruolo dello studente come scelta politica

Lo studente universitario non è solo un individuo in formazione: è una scelta politica. Il modo in cui uno Stato decide di sostenere, o non sostenere, chi studia rivela molto su come quella società concepisce il sapere, la mobilità sociale e il proprio futuro. Confrontare i sistemi di sostegno agli studenti universitari in Europa è quindi un esercizio che va oltre la contabilità pubblica. Non si tratta solo di capire quante risorse vengono destinate ai giovani, ma di leggere, attraverso i numeri, una visione del mondo: chi ha diritto a studiare senza dover scegliere tra i libri e l’affitto? Chi può permettersi di farlo a tempo pieno?

L’analisi dei dati su sussidi, borse di studio e prestiti studenteschi nasconde, sotto la superficie, una domanda più profonda e più politica: chi è lo studente agli occhi dello Stato?

Quella che potrebbe sembrare un’analisi puramente quantitativa cela in realtà una complessità stratificata, in cui si intrecciano storia, cultura e assetto economico-sociale. Non si tratta di trovare una risposta definitiva sul modello giusto di welfare studentesco, ma di capire come gli Stati si muovano entro vincoli di bilancio e tradizioni culturali profondamente diverse. In Europa convivono approcci distanti tra loro, con conseguenze concrete per chi studia. 

Per cercare di capire dove lo studente sia considerato un soggetto economico autonomo o dipendente dalla famiglia, si analizzano le politiche di tre Paesi: Danimarca, Norvegia e Italia. Si parte da qui per evidenziare come culture differenti generino visioni molto diverse su chi sia lo studente universitario.

Lo studente come cittadino adulto: il modello danese

In Danimarca, la scelta di fondo è esplicita: lo studente è un adulto e, come tale, ha diritto a un reddito. Il sistema  SU (Statens Uddannelsesstøtte) garantisce a tutti gli studenti iscritti regolarmente un sussidio mensile di circa 990 euro, erogato dallo Stato, non condizionato al reddito dei genitori e senza l’onere del rimborso. Non è un prestito, non è una borsa riservata ai meritevoli o ai meno abbienti: è un diritto universale.

L’importo, di circa 7.426 corone danesi nel 2026 (pari a circa 990 euro) al mese per gli studenti che vivono fuori dal nucleo familiare, non copre tutti i costi della vita a Copenaghen o Aarhus, bensì è pensato come base su cui costruire la propria autonomia. Lo studente può integrare con un lavoro part-time ed è anzi comune che lo faccia; tuttavia il lavoro non è una necessità strutturale, è una scelta. Circa il 60-65% degli studenti danesi svolge un’attività lavorativa, seppur raramente a tempo pieno e per sopravvivere.

Il sistema prevede anche una componente di prestito agevolato, la cui logica è complementare, non sostitutiva. La quota a fondo perduto è infatti dominante. Lo Stato danese investe circa 1,1-1,2 miliardi di euro all’anno nel SU: una spesa che politicamente nessun partito mette in discussione, perché percepita come parte del patto sociale, non come privilegio. Lo studente che studia è già a tutti gli effetti un lavoratore remunerato dalla collettività.

Lo studente come investimento condiviso: il modello norvegese

La Norvegia condivide con la Danimarca l’idea di fondo che lo studente abbia diritto a sostegno pubblico, ma la struttura dell’intervento è diversa. Il sistema Lånekassen, letteralmente “la cassa dei prestiti”, eroga, al 2026, 170.368 corone norvegesi all’anno (circa 15.500 euro, poco meno di 1.300€ al mese) per studente al di fuori del nucleo familiare, suddivisi tra una quota a fondo perduto (40% al massimo) e una quota di prestito agevolato. Inoltre, se lo studente deve sostenere spese relative a tasse universitarie, l’importo della borsa aumenta proporzionalmente.

La quota a borsa può aumentare significativamente se lo studente si laurea entro i tempi previsti: è un incentivo esplicito al completamento degli studi, che trasforma il calendario accademico in un contratto implicito tra studente e Stato. Il prestito è rimborsabile a tassi molto vantaggiosi e con meccanismi di protezione progressiva: chi ha redditi bassi dopo la laurea può sospendere le rate o beneficiare dell’esenzione degli interessi. Chi è soggetto invece a disabilità permanenti, risiede in aree periferiche o è impiegato in professioni socialmente utili come l’insegnamento, può ottenere una cancellazione parziale o totale del debito.

La logica norvegese è quella dell’investimento condiviso tra individuo e collettività: lo Stato anticipa risorse e lo studente si impegna a completare il percorso e a restituire,  parzialmente, il sostegno ricevuto. È un modello che mescola solidarietà e responsabilità personale, in cui però la solidarietà resta dominante. Circa il 55-60% degli studenti norvegesi lavora durante gli studi, prevalentemente part-time. La Norvegia registra tassi di completamento universitario tra i più alti dell’OCSE e una dispersione accademica contenuta.

Lo studente come carico familiare: il modello italiano

In Italia la situazione è strutturalmente diversa, e la differenza non è solo quantitativa. Il sistema di diritto allo studio italiano è gestito dalle regioni attraverso gli enti per il diritto allo studio (ER.GO, EDISU, DiSCo, Ardsu e simili, a seconda della regione) e risulta frammentato, non universale e condizionato al reddito familiare e al merito accademico. Ci colleghiamo dunque al nostro report.

Le borse di studio italiane sono riservate a studenti con una soglia ISEE massima di 27,948.60 euro al 2026 e con buoni risultati accademici. L’importo, erogato da singole Aziende Regionali, parte da un fisso di 7072,10 euro annui per gli studenti fuori sede (2025/2026), pari a circa 590 euro mensili, a cui possono aggiungersi fondi per soglie ISEE più basse e iscrizione a materie STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica). La criticità del sistema di borse di studio italiano non si evince dagli importi in sé, ma dalla platea di beneficiari: solo una piccola parte della totalità degli studenti iscritti (meno del 10-12%) percepisce una borsa di studio, nonostante molti più studenti ne avrebbero diritto sulla carta.

È il noto fenomeno degli “idonei non beneficiari“, studenti che soddisfano tutti i criteri previsti dalla normativa ma che non ricevono la borsa per insufficienza di fondi. Secondo i dati MUR, ogni anno decine di migliaia di studenti vengono dichiarati idonei ma rimangono senza finanziamento. Ciò rappresenta una promessa che lo Stato non riesce a mantenere. La rappresentanza studentesca degli atenei italiani ha più volte sollevato il problema, ma le risorse stentano ad arrivare con continuità: i fondi esistono, spesso in modo frammentato tra livello statale e regionale, ma non bastano.

Il risultato è che per la grande maggioranza degli studenti universitari italiani, il sostegno economico arriva dalla famiglia. L’Italia ha infatti una delle quote più alte in Europa di studenti che vivono con i genitori durante l’università, con circa il 55-60% degli iscritti che non lascia la famiglia d’origine. Lo studente italiano non è, nella maggior parte dei casi, un soggetto economicamente autonomo: è ancora figlio, e la famiglia è il suo welfare.

La percentuale di studenti italiani che lavora è però bassa: infatti, con una stima del 6,7% (Eurostat, 2024), l’Italia si attesta nelle ultime posizioni tra i Paesi OCSE. È impietoso il confronto con i colleghi danesi, i quali partecipano per il 56.4% al mondo del lavoro. La differenza tra i due sistemi risiede nella connessione tra mondo universitario e aziende, molto presente nei Paesi del Nord Europa e quasi assente in Italia. La visione è quindi differente, con l’Italia che vede lo studente come un soggetto non ancora pronto ad entrare nel sistema produttivo, indice di una formazione più teorica e meno integrata. 

Tra gli studenti italiani che lavorano, una quota significativa lo fa a tempo pieno o quasi, con evidenti ripercussioni sui tempi di completamento del percorso universitario. L’Italia presenta una delle medie più alte nell’OCSE per durata effettiva degli studi: molti studenti impiegano il doppio del tempo previsto per laurearsi. È difficile affermare che i due fenomeni siano legati, ma è plausibile pensare che la correlazione tra necessità di lavoro e allungamento dei tempi esista.

Le radici economiche del divario

Per cercare di dare un significato alle differenze numeriche, è possibile guardare ai diversi welfare state nel loro complesso. I sistemi nordici si fondano su un’idea di cittadinanza che non si interrompe a 18 anni: lo studente adulto ha diritto a risorse pubbliche perché la società ha interesse che si formi. L’istruzione è un bene pubblico, e il costo del percorso formativo non deve dipendere dalla ricchezza della famiglia d’origine.

La spesa pubblica per l’istruzione terziaria in Italia è tra le più basse dell’OCSE: circa l’1% del PIL nel 2021, contro l’1,9% di Norvegia e Danimarca. Il divario è ancora più evidente se si considera la spesa pubblica totale in istruzione.

Il dato della spesa complessiva in istruzione nasconde una scelta di allocazione ancora più rilevante: l’Italia spende relativamente di più su strutture e personale, e molto meno sui trasferimenti diretti agli studenti.

In Danimarca, la quota di spesa pubblica che va direttamente nelle tasche degli studenti tramite il SU assorbe circa il 15-18% della spesa pubblica totale per l’istruzione universitaria. In Italia i trasferimenti diretti agli studenti, tra i quali borse, prestiti, servizi abitativi e ristorazione universitaria, sono una frazione molto più piccola del budget complessivo. La priorità implicita è il sistema, non il soggetto che lo attraversa.

Questo riflette anche una differenza nel modo in cui i governi pensano il ritorno sull’investimento in istruzione. I modelli dei Paesi nordici sono costruiti sull’idea che sostenere lo studente oggi generi un lavoratore più produttivo e un contribuente più capiente domani. È una logica di investimento a lungo termine, finanziata dalla fiscalità generale — con aliquote molto più alte che in Italia — e sostenuta da un consenso politico ampio e stabile. Il sistema italiano invece tratta il sostegno agli studenti prevalentemente come spesa sociale residuale, attivabile solo in caso di bisogno conclamato.

Cosa cambiare: direzioni realistiche

Copiare il modello danese in Italia nel breve termine è irrealistico: richiederebbe risorse significative, una riforma istituzionale profonda e un cambiamento culturale che non si produce per decreto. Ma questo non significa che non esistano margini di miglioramento concreti e politicamente praticabili.

La prima priorità è eliminare il fenomeno degli idonei non beneficiari. Se uno studente soddisfa tutti i criteri previsti dalla legge e non riceve la borsa per mancanza di fondi, non si tratta di una scarsità inevitabile: è un fallimento di bilancio deliberato. I fondi necessari a coprire tutti gli idonei sono quantificabili e, su scala nazionale, relativamente contenuti.

La seconda direzione è la nazionalizzazione e standardizzazione del sistema. Le disparità tra regioni nell’erogazione delle borse, in termini di importi, requisiti e percentuale di studenti coperti, sono enormi e ingiustificabili sul piano dell’equità. Uno studente della Calabria non dovrebbe avere accesso a risorse strutturalmente inferiori rispetto a uno studente della Lombardia.

La terza misura, più ambiziosa ma già adottata in forme diverse in Norvegia e nel Regno Unito, è l’introduzione di un sistema universale di prestiti agevolati, indipendente dal reddito familiare, che consenta a qualunque studente di finanziare il proprio percorso senza dipendere dalla solidarietà familiare. Non risolve il problema dell’autonomia, ma lo attenua, e segnala un cambio di paradigma: lo studente come soggetto autonomo, capace di vivere il percorso scolastico senza il peso della propria condizione.

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