Francesco di Cesare

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Concessioni balneari, Montagnoli (SIB Marche): «Senza indennizzi reali sarà una gara tra ricchi»

Commento

Qualche volta bisogna entrare nelle vita dell’altro per capirlo. E per questo aprire il sito Mondo Balneare è stata davvero una ventata di aria fresca, per comprendere quali sono i problemi dei poveri balneari,  sempre più incerti del loro futuro privo di concessioni. Perché si sa, da quando nel 2009 è stata minacciata l’entrata in vigore della direttiva Bolkestein, i balneari per come li conosciamo hanno rischiato l’estinzione per venire sostituiti da investitori italiani e stranieri, con la volontà di investire sulle spiagge italiane, perdendo il tridente del potere su di queste. Però no, ogni anno c’è una proroga, un aumento di incertezza per i poveri balneari che non sanno quale sarà il loro futuro, nel mentre possono dormire sogni tranquilli e continuare a fatturare un totale di 2,1 miliardi di euro all’anno mentre pagano l’esorbitante affitto di circa 100 milioni di euro.

Poveri balneari!

Ma per fortuna c’è il signor Montagnoli, sindacalista dal pugno di ferro, a difenderli e a fare vedere le enormi problematiche della riforma! Perché lo Stato non si rende conto che liberalizzare il mercato potrebbe attirare “capitali di dubbia provenienza”, mentre gli attuali, onesti balneari, evadono solo il 12% degli affitti che lo Stato richiede!

Poveri balneari!

E oltre il danno, la beffa. Lo Stato vuole valutare gli stabilimenti basandosi principalmente sugli investimenti che devono ancora essere ammortizzati, e non contando quelli di 30, 40 anni fa, che hanno reso le nostre coste un gioiellino tecnologico degli anni ‘80. I nostri eroi del mare, un mare privato per tutti, ecco loro non possono accettare di essere deprivati di qualcosa che gli spetta, dopo che non hanno investito per 20 anni e hanno una posizione di potere ingiusta che vorrebbero difendere con le unghie e con i denti.

Poveri balneari!


Giancarlo Leonetti

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Libro: “Moral Economics: What Controversial Transactions Reveal About How Markets Work” di Alvin Roth, John Murray Press 2026

Commento

È recentissima la pubblicazione da parte di Alvin Roth del saggio Moral economics, in cui il celebre economista americano offre una panoramica ampia e stimolante di un tema nuovo e importante: i mercati ripugnanti.

Non si tratta di mercati moralmente esecrabili, come Roth opportunamente sottolinea; sono invece mercati che hanno incontrato o incontrano ancora oggi lo sfavore di molte persone, che però non ne sono danneggiate direttamente.

Moral economics ci mostra che i mercati ripugnanti sono intorno a noi, basta saperli scovare: spaziano dal mercato della droga a quello del credito (l’antica usura), dalla gestazione per altri alla vendita di sangue e organi.

Ma soprattutto Moral economics cerca di analizzare ciascun mercato ripugnante citando studi e dati, leggi e sentenze. Il suo scopo non è tanto persuadere, quanto guidare nell’analisi di questioni controverse ma decisamente importanti. Di fronte all’opposizione incrollabile a un mercato, Roth non si rifugia in uno sterile sdegno, ma propone soluzioni alternative che tengano conto della sensibilità pubblica. È esemplare il caso del mercato dei reni, dove le proposte di Roth hanno contribuito in passato a salvare molte vite umane, senza però provocare “ripugnanza”.

Al lettore l’invito a riflettere. Ma anche a leggere il libro di Roth, che riesce a essere scorrevole e tuttavia documentatissimo, ad aprire la mente e, per i più mondani, a fornire eccellenti argomenti di discussione (o di rissa!).


Giuseppe Girasia

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A Comparison of Agentic AI Systems and Human Economists — Serafin Grundl (Federal Reserve Board), working paper, Luglio 2026

Investigating the Analytical Robustness of the Social and Behavioural Sciences — Aczel et al. (2026), Nature

Commento

Cosa succede se dai a un’AI gli stessi dati e la stessa domanda di ricerca che daresti a un economista? Serafin Grundl ha messo a confronto tre sistemi di agentic AI con 146 team di economisti umani sulla stessa domanda: l’effetto di una politica pubblica sull’occupazione.

Il risultato più immediato è che, in media, AI ed economisti arrivano quasi alle stesse stime. Tuttavia, la parte più interessante è che economisti diversi, partendo dagli stessi dati, arrivano a conclusioni più distanti tra loro di quanto facciano i sistemi di AI.

Non è un’anomalia isolata. Uno studio pubblicato su Nature ha rianalizzato 100 ricerche nelle scienze sociali, chiedendo a più team di riesaminare gli stessi dati. Il risultato è scioccante: solo il 34% delle rianalisi ha prodotto stime numericamente vicine all’originale; il 74% ne ha confermato almeno la direzione, ma il 24% ha trovato effetti nulli e il 2% l’effetto opposto.

Questa variabilità deriva da un’incertezza intrinseca al lavoro di analisi, che comporta numerose scelte: come interpretare la domanda e “pulire” i dati, quali ipotesi e modelli usare, come definire le variabili. Il loro insieme genera un universo di risultati plausibili — la variabilità analitica — di fatto invisibile, perché ogni articolo presenta un solo percorso.

È l’intersezione dei due paper che mi ha portato a riflettere sull’uso dell’AI non come sostituto, ma come strumento di mappatura. Eseguire centinaia di analisi parallele, esplorando specificazioni alternative, era impraticabile quando ognuna richiedeva mesi, ora invece può diventare parte integrante del processo.

L’AI non sostituirebbe l’economista, ma ne sposterebbe il ruolo: meno esecuzione, più design della domanda, supervisione del processo e interpretazione dei risultati.