I tirocini extracurriculari funzionano davvero?


Nonostante la crescita dell’occupazione registrata negli ultimi anni, l’Italia continua a presentare profonde fragilità nel mercato del lavoro, soprattutto tra i giovani e nelle aree economicamente più deboli. In questo contesto, i tirocini extracurriculari rappresentano da oltre un decennio uno dei principali strumenti di politica attiva. Ma funzionano davvero? Dai dati ANPAL (Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro) relativi al periodo compreso tra il 2014 e il 2023 emerge un cambiamento profondo del loro ruolo: da strumento di primo ingresso nel mercato del lavoro per neodiplomati e neolaureati a misura di reinserimento rivolta a una platea sempre più ampia di lavoratori adulti. Inoltre, le probabilità di trovare un impiego dipendono più dalle caratteristiche del lavoratore e dal contesto territoriale che dal tirocinio in sé. 


I giovani e il lavoro: quando entra in gioco il tirocinio

L’occupazione italiana è tornata a crescere dopo la pandemia, senza però colmare la distanza con l’Europa; infatti, nel quarto trimestre del 2025 il tasso di occupazione si è fermato al 62,4%, contro il 71,1% dell’Unione europea. Dietro questo divario persistono problemi strutturali, quali l’alta inattività, la bassa partecipazione femminile e maggiori difficoltà per giovani e lavoratori maturi, ma ancora più significativo è il dato sui NEET (Not in Education, Employment or Training). Sebbene in calo, la quota di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi di formazione resta la seconda più alta dell’Unione europea, al 15,2%, con valori particolarmente elevati nel Mezzogiorno e nelle aree urbane più dense.

È in questo scenario che il tirocinio extracurriculare ha assunto un ruolo centrale nelle politiche attive del lavoro. Per favorire l’occupabilità dei NEET, l’UE ha promosso Garanzia Giovani, un progetto avviato in Italia nel 2014 per sostenere l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Come mostrano i dati ANPAL, proprio il biennio 2014–2015 segna una netta accelerazione delle attivazioni, frutto di due spinte: l’Accordo tra Governo, Regioni e Province autonome del 2013 sulle Linee guida in materia di tirocini, che ha introdotto un quadro normativo più uniforme, e proprio Garanzia Giovani, che ha destinato risorse ai NEET under 30, affiancando ai percorsi di tirocinio incentivi alle assunzioni fino a 6.000 euro.

Da allora l’incidenza dei tirocini extracurriculari sul totale delle attivazioni contrattuali ha riconosciuto una prima fase di espansione (+0,8%), per poi progressivamente tornare vicino ai livelli iniziali (1,9%). Non è però un declino dello strumento, ma riflette una mutazione del mercato del lavoro che ha visto la crescita di altri tipi di forme contrattuali, con il conseguente progressivo cambiamento del ruolo del tirocinio all’interno delle politiche di inserimento lavorativo.

Chi sono i tirocinanti di oggi?

La maggioranza dei tirocinanti oggi ha tra i 20 e i 29 anni, ma la composizione della platea è cambiata. Da un lato, le fasce più adulte hanno visto crescere la propria presenza tra il 2014 e il 2023, con la quota degli over 35 salita dall’11,8% al 15,4%. Dall’altro, la rilevanza dei neodiplomati e dei neolaureati è scesa  (rispettivamente dall’8,4% al 3,1% e dal 13,8% al 4,5% del totale), a fronte di un aumento di quella dei disoccupati e inoccupati (dal 57,7% al 76,6% del totale). È un segnale della trasformazione in corso: il tirocinio non serve più solo ad accompagnare il passaggio dallo studio al lavoro, ma sempre più spesso viene utilizzato per rientrare in un mercato dal quale si è rimasti esclusi.

Anche la distribuzione territoriale riflette la geografia economica del Paese: nel 2023 le attivazioni si concentrano soprattutto in Lombardia, Lazio, Piemonte e Veneto, ossia le regioni con maggiore peso demografico e occupazionale.

Uno su due trova lavoro: una mezza verità

A questo punto la domanda centrale rimane: il tirocinio funziona? Nel 2023 il 55,5% dei tirocinanti ha trovato lavoro entro sei mesi dalla conclusione del percorso, suggerendo una buona efficacia, ma è allo stesso modo per tutti?

Chi svolge un tirocinio in una professione qualificata trova lavoro nel 65-67% dei casi, invece per le professioni non qualificate il tasso scende al 31%. Tra i laureati raggiunge il 66%, contro il 40% di chi possiede al massimo la licenza media. Anche l’età pesa: il tasso di inserimento è del 59,5% sotto i 29 anni e del 23,5% sopra i 50.

In altre parole, il tirocinio sembra premiare soprattutto chi arriva già con maggiori risorse: istruzione, competenze spendibili e una professione richiesta. Inoltre, trovare un impiego non significa necessariamente ottenere stabilità: tra chi viene assunto entro tre mesi, soltanto il 15% accede a un contratto a tempo indeterminato. Il tirocinio apre una porta, ma spesso conduce verso rapporti ancora temporanei.

Lo stesso strumento, esiti molto diversi a seconda del territorio

Il divario più profondo è geografico. Nel 2023 il tasso di inserimento a sei mesi raggiunge il 60,5% al Centro, mentre nelle Isole si ferma al 44,4%. Anche il Nord-Est, tradizionalmente vicino al resto del Settentrione, scende per la prima volta sotto la media nazionale, al 52,9%.

La domanda, però, è da cosa dipenda questo divario. La spiegazione più immediata è che nel Mezzogiorno si attivino tirocini in professioni con minori opportunità occupazionali, ma se così fosse, due tirocinanti identici, uno in Puglia e uno in Lombardia, dovrebbero avere le stesse probabilità di trovare lavoro.

Questo però non accade. Ricalcolando gli esiti di Sud e Isole come se la composizione professionale dei tirocini fosse identica a quella del resto d’Italia, dei 6,3 punti percentuali di divario dalla media nazionale appena 0,9 sono attribuibili alla diversa composizione professionale, mentre i restanti 5,4 persistono anche confrontando i tirocinanti inseriti nelle stesse professioni. A dividerli non è il tirocinio, ma il contesto del mercato del lavoro che trovano all’uscita che fa sì che lo stesso percorso produca esiti diversi. 

Questo viene confermato confrontando i risultati di inserimento per qualifica. Per i profili più qualificati il Sud registra un inserimento del 68,3%, leggermente superiore alla media nazionale del 67,8%. La penalizzazione si concentra invece sui profili medio-bassi: i tirocini meno qualificati si fermano al 49,7% nel Sud e al 44,3% nelle Isole, contro il 53,3% nazionale. Nelle Isole il contesto è ancora più restrittivo e frena anche i profili qualificati, il cui tasso scende al 57,2%.

Quando il tirocinio diventa un ripiego

Se il tirocinio è sempre più uno strumento di reinserimento, vale la pena osservare i fruitori in età adulta. I dati disponibili per il 2021 mostrano che gli over 35 sono concentrati soprattutto nel Mezzogiorno, dove rappresentano il 32,1% del totale e registrano una presenza particolarmente elevata di over 50, confermando come il ricorso al tirocinio rifletta anche le differenze del mercato del lavoro tra i territori.

Si tratta spesso di lavoratori con bassa istruzione e percorsi occupazionali fragili. Circa la metà degli over 35 e degli over 50 possiede al massimo la licenza media, contro appena l’8% e il 4% dei laureati. Anche le esperienze lavorative confermano questa vulnerabilità: un tirocinante su due non ha maturato alcuna esperienza di lavoro nei tre anni precedenti, mentre solo l’8,8% ha iniziato il tirocinio con un contratto ancora attivo. Per molti, il tirocinio rappresenta quindi una delle poche opportunità di rientro nel mercato del lavoro.

Il dato più critico emerge però dopo il percorso. A sei mesi dal termine del tirocinio, una quota rilevante degli over 35 svolge mansioni meno qualificate rispetto a quelle ricoperte, ritrovandosi in una situazione che somiglia più a un arretramento piuttosto che a un rilancio professionale. Ciò non dimostra di per sé un utilizzo improprio dello strumento, ma suggerisce la necessità di distinguere con più attenzione i percorsi realmente formativi da quelli che possono trasformarsi in semplice lavoro a basso costo per mancanza di alternative.

Ripensare lo strumento

Uno strumento nato soprattutto per accompagnare i giovani al primo impiego viene oggi utilizzato anche per reinserire adulti, disoccupati di lunga durata e persone con competenze deboli nel mercato del lavoro. Trattare destinatari così diversi con lo stesso percorso significa ignorare questo cambiamento.

Servono quindi misure differenziate: orientamento e primo accesso per i giovani; riqualificazione, riconoscimento delle competenze e accompagnamento più intenso per gli adulti e gli over 35. Allo stesso tempo, un coordinamento più solido tra Ministero del Lavoro, INPS, Ispettorato, Regioni e Centri per l’impiego permetterebbe di monitorare meglio gli esiti a 6, 12 e 24 mesi, valutando non solo se il tirocinante trovi lavoro, ma anche la stabilità e la qualità dell’occupazione raggiunta. I divari territoriali impongono infine di abbandonare l’idea che un’unica misura possa produrre risultati uniformi. Dove la domanda di lavoro è debole, il tirocinio può facilitare l’ingresso, ma non può creare da solo un tessuto produttivo capace di assorbire lavoratori.

Il 55,5% di inserimento occupazionale non basta, dunque, a giudicare l’efficacia del tirocinio: va letto considerando chi lo svolge e il contesto in cui questo avviene. Se queste differenze restano irrisolte, il rischio è quello di continuare a considerare come una politica attiva uno strumento che, per i soggetti più fragili, finisce semplicemente per accompagnare il passaggio da una condizione di precarietà a un’altra.

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